Economia

Dalla Cassazione al Parlamento, quale strada attende la legge popolare sui grandi patrimoni

Una donna porta un voluminoso faldone di documenti per una proposta di legge popolare sui grandi patrimoni all'interno di un palazzo istituzionale italiano
l'iter della legge di iniziativa popolare per l'istituzione di un'imposta sui grandi patrimoni - 3hoo.it

Per ora è un testo depositato in Cassazione e una campagna che sta per partire, non una nuova tassa già pronta a scattare. Ma il tema tocca subito un punto sensibile: quando si parla di grandi patrimoni, la reazione è quasi sempre doppia. Da una parte c’è chi pensa che chi ha di più debba contribuire di più. Dall’altra, chi vede in queste proposte soprattutto una bandiera politica.

La legge di iniziativa popolare promossa dal comitato “1% Equo” si muove esattamente su questa linea di confine. Prevede una tassazione progressiva sui patrimoni oltre i 2 milioni di euro, con aliquote dall’1% al 3,5%, e collega il gettito a capitoli che pesano nella vita di tutti i giorni: sanità, istruzione, alleggerimento dell’Irpef. Prima di arrivare davvero in Parlamento, però, il percorso è preciso. Ed è lì che si capisce quanto questa proposta possa contare davvero.

Dalla Cassazione alle firme: il primo banco di prova per la proposta

Il primo passaggio c’è già stato: la proposta è stata depositata alla Corte di Cassazione, che per una legge di iniziativa popolare è il varco formale da cui si entra. Ma da qui in poi la strada è tutta da fare. Il comitato promotore ha annunciato, nei prossimi sei mesi, la raccolta delle 50 mila firme necessarie per portare il testo all’attenzione del Parlamento, con banchetti sul territorio e una piattaforma elettronica.

È qui che molte iniziative fanno vedere subito quanto pesano davvero. Raccogliere firme non vuol dire soltanto raggiungere una soglia minima. Vuol dire rendere concreta una proposta fiscale che spesso viene percepita come lontana, tecnica, persino ostica. Nel dettaglio, la misura partirebbe dai patrimoni superiori a 2 milioni di euro: 1% fino a 5 milioni, 1,7% tra 5 e 8 milioni, 2,1% tra 8 e 20 milioni e 3,5% oltre i 20 milioni. Secondo i promotori, la platea coinvolta sarebbe tra 200 mila e 500 mila contribuenti, con un gettito potenziale compreso fra 26 e 60 miliardi di euro. A questo si aggiunge la proposta di rivedere l’imposta di successione, con entrate stimate tra 5,5 e 8 miliardi.

Sono numeri che attirano attenzione, inevitabilmente. Ma aprono anche le questioni più delicate: quanto siano realistiche queste stime, come si misurerebbe la ricchezza e quali effetti potrebbe avere una tassa del genere sui comportamenti dei contribuenti. È a questo punto che il dibattito smette di essere teorico. Per molti cittadini, la domanda non è solo se i più ricchi paghino abbastanza, ma se quei soldi finirebbero davvero nei servizi pubblici che ogni giorno appaiono sempre più in affanno.

Articolo 71, cosa prevede davvero la legge popolare

La legge di iniziativa popolare è uno strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione, ma spesso viene immaginato come qualcosa di più semplice e immediato di quanto sia in realtà. L’articolo 71 della Costituzione dice che almeno 50 mila elettori possono presentare un progetto di legge scritto già in articoli. Non basta quindi una petizione o un appello politico: serve un testo con una forma legislativa precisa.

Una volta raccolte e verificate le firme, la proposta può essere trasmessa alle Camere. Ma qui sta il punto che più spesso sfugge: arrivare in Parlamento non significa essere approvati. E non significa neppure avere tempi certi per la discussione. In altre parole, la firma apre la porta istituzionale, ma non garantisce che quella porta venga davvero attraversata. È una distinzione meno spettacolare, certo, ma decisiva.

Su un tema come la patrimoniale, questa differenza pesa ancora di più. Basta nominarla e si riaccendono subito due fronti contrapposti: chi la considera uno strumento di giustizia fiscale e chi la respinge come un errore economico e politico. Il richiamo dei promotori all’articolo 53 della Costituzione, quello che sancisce la progressività del sistema tributario, si colloca proprio qui. Nelle loro intenzioni, la proposta vuole essere un segnale di riequilibrio fiscale. Se però il testo arriverà davvero al vaglio parlamentare, il confronto diventerà molto meno astratto: coperture, definizione di patrimonio, esclusioni, criteri di calcolo, possibili contenziosi. È il passaggio in cui gli slogan arretrano e restano le norme.

Chi sostiene “1% Equo” e perché la partita è tutta politica

Il comitato “1% Equo” mette insieme una galassia ben riconoscibile della sinistra politica, accademica e civica. Tra i nomi che hanno sostenuto la presentazione della proposta ci sono Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, Pier Giorgio Ardeni, professore di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna, e Anna Camposampiero del segretariato di Sinistra Europea. Nell’elenco compaiono anche Elena Coccia, avvocata ed ex vicesindaca della Città metropolitana di Napoli, Francesca Fornario, Alfonso Gianni, Matteo Prencipe, Rosa Rinaldi, Nadia Rosa, Marco Veronese Passarella e Paolo Bertolozzi.

Già questo profilo racconta molto dell’effetto possibile dell’iniziativa. Più che una proposta trasversale, il progetto appare come un modo per riaprire il confronto su disuguaglianze, redistribuzione e progressività fiscale. Ed è forse questa la sua prima ricaduta, anche prima di un eventuale approdo parlamentare. Una campagna così può spostare il centro della discussione pubblica e costringere partiti e governo a dire da che parte stanno su un terreno che spesso viene evitato o liquidato in fretta.

C’è poi un altro elemento. Oggi parlare di ricchezza non vuol dire più soltanto evocare i grandi capitali industriali, ma anche patrimoni finanziari, immobili di pregio, eredità e concentrazione della ricchezza. Il dato dei miliardari italiani nel 2026, 89 in tutto per un valore complessivo di 482,6 miliardi di dollari, aiuta a capire perché il tema torni ciclicamente al centro. Ma questa stessa visibilità rischia di nascondere la domanda più scomoda: una patrimoniale sui grandi patrimoni serve a fare cassa, a ridurre gli squilibri o a lanciare un messaggio politico? Il nodo sta proprio qui. E il cammino della proposta non si misurerà soltanto sul numero delle firme raccolte, ma sulla sua capacità di uscire dalla cerchia dei già convinti e parlare anche a chi, davanti a una busta paga o a una lista d’attesa in ospedale, non ragiona in termini ideologici ma in termini molto più concreti: quelli dell’equità percepita.