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Apple studia il piano B per i chip di iPhone e Mac: colloqui con Samsung e Intel negli Stati Uniti

Apple studia il piano B per i chip di iPhone e Mac: colloqui con Samsung e Intel negli Stati Uniti
Apple studia il piano B per i chip di iPhone e Mac: colloqui con Samsung e Intel negli Stati Uniti

Apple si guarda attorno e mette a fuoco un piano B per i chip di iPhone e Mac. A Cupertino sono partiti contatti preliminari con Samsung e Intel negli Stati Uniti, nel caso in cui TSMC non riesca a reggere tutta la domanda. Non è una rottura dietro l’angolo, né un cambio di rotta imminente. È piuttosto un segnale preciso: la corsa mondiale ai semiconduttori più avanzati, spinta anche dall’AI, sta rendendo la filiera sempre più delicata e sempre più centrale.

Apple cerca una via d’uscita da TSMC, stretta tra nodi avanzati e boom dell’AI

Da anni Apple si affida a TSMC per i chip più importanti, quelli della serie A per gli iPhone e della serie M per i Mac. Una scelta che finora ha garantito qualità, efficienza energetica e volumi che pochi altri possono assicurare. Ora però il quadro sta cambiando, e in fretta. La richiesta di capacità produttiva sui nodi avanzati non arriva più solo da smartphone e computer: a spingere forte sono soprattutto i colossi che stanno investendo nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, pronti a mettere sul tavolo cifre enormi pur di garantirsi le forniture. In uno scenario del genere, Apple resta uno dei clienti più pesanti di TSMC, ma non può permettersi di dipendere da un solo sbocco industriale, soprattutto per componenti che decidono tempi di lancio, disponibilità dei prodotti e margini. Le indiscrezioni emerse nelle ultime ore vanno lette così: non come un addio al partner taiwanese, che resta al centro della strategia, ma come una mossa di cautela. Tim Cook ha già fatto capire che la vera pressione si concentra proprio sull’accesso ai processi produttivi più sofisticati, quelli necessari per chip sempre più complessi e compatti. Se la capacità si restringe, trovare un’alternativa, anche solo in parte, smette di essere un’opzione e diventa una necessità.

La carta americana: Samsung in Texas e l’ipotesi Intel sul tavolo

Il fronte più interessante è quello americano. Secondo Bloomberg, Apple avrebbe avviato colloqui iniziali con Samsung e Intel per valutare la produzione di una parte dei suoi chip principali negli Stati Uniti. Samsung, che già fornisce ad Apple schermi e memorie, sta completando il grande impianto di Taylor, in Texas: un investimento da circa 17 miliardi di dollari, con l’entrata a regime prevista entro la fine del 2026. Per Cupertino sarebbe un appoggio industriale vicino al mercato americano, e anche in linea con la spinta che da anni arriva da Washington per rafforzare la produzione domestica di semiconduttori. Diverso il discorso su Intel, che rappresenta una strada più complessa. Il gruppo sta cercando di rilanciare la propria attività come fonderia per clienti esterni, e un’intesa con Apple avrebbe un peso enorme, industriale e simbolico. Resta però da capire se Intel potrà garantire in tempi brevi lo stesso livello di maturità produttiva richiesto da chip progettati su misura come quelli di Cupertino. Per ora, comunque, siamo ancora alle valutazioni iniziali: nessun accordo definito e nessun segnale che Samsung o Intel possano davvero prendere il posto di TSMC nel breve periodo.

Costi, volumi e peso contrattuale: cosa cambierebbe davvero per Apple

Se questi colloqui dovessero trasformarsi in contratti, per Apple cambierebbero parecchie cose. La prima è legata ai volumi: avere più fornitori abbassa il rischio di colli di bottiglia e rende più gestibile un eventuale aumento della domanda, soprattutto quando arrivano i nuovi modelli. Poi ci sono i costi, e qui il quadro è meno semplice. Diversificare non vuol dire per forza spendere meno. Portare produzioni avanzate negli Stati Uniti può voler dire investimenti più pesanti, tempi di avvio più lunghi e una resa iniziale inferiore rispetto agli impianti di TSMC, oggi molto più rodati. C’è infine il tema del potere negoziale. Apple ha sempre cercato di non restare troppo legata a un singolo partner, e avere una sponda alternativa con Samsung o Intel le darebbe più forza nelle trattative su prezzi, priorità produttive e tempi di consegna. Sullo sfondo resta anche la partita geopolitica: il peso di Taiwan nella produzione mondiale di chip è un punto di forza, ma anche una possibile fragilità se le tensioni con la Cina dovessero salire ancora. Per chi compra un iPhone o un Mac, nell’immediato non cambia nulla di visibile. Ma nel medio periodo questa partita può incidere su disponibilità dei prodotti, stabilità dei prezzi e ritmo dell’innovazione. Ed è qui che la questione dei chip smette di essere roba per addetti ai lavori e tocca molto più da vicino il mercato consumer.